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il castello dei destini incrociati

‘Il castello dei destini incrociati’ di Italo Calvino e l’ars combinatoria

a cura di Gabriele Abbondi - 30/11/2020

Nel romanzo Il castello dei destini incrociati (1969) Italo Calvino utilizza l’espediente dei tarocchi per moltiplicare i possibili universi narrativi.

Dopo l’esordio nel segno del neorealismo con Il sentiero dei nidi di ragno (1947) e il periodo fantastico della trilogia I nostri antenati (Il visconte dimezzato, 1952; Il barone rampante, 1957; Il cavaliere inesistente, 1959), la penna di Italo Calvino (1923-1985) vira con decisione verso una tipologia di scrittura combinatoria. Questo indirizzo inedito è frutto dell’adesione ai principi cardinali di una serie di correnti letterarie in voga in quegli anni, su tutte lo strutturalismo, la semiologia e le teorie dell’OuLiPo, gruppo di studiosi guidati da Raymond Queneau. Esito primo di questo cambio di rotta è Il castello dei destini incrociati (1969), romanzo che presenta tratti di assoluta innovazione nel panorama della letteratura italiana contemporanea.

L’opera, inizialmente uscita all’interno del volume Tarocchi – Il mazzo visconteo di Bergamo e New York, viene pubblicata nel 1973 insieme al successivo La taverna dei destini incrociati: entrambe le narrazioni si sviluppano dal medesimo presupposto (un gruppo di viandanti sosta per rifocillarsi in un castello/in una taverna e qui, dopo aver perso momentaneamente l’uso della parola, ognuno di loro racconta una storia ai compagni) e si basano su un artificio comune (per sostituire la comunicazione verbale viene utilizzato un mazzo di carte).

castello destini incrociati

Le vicende evocate dai protagonisti condividono un’ambientazione cavalleresca che trova nell’Orlando furioso di Ariosto un antecedente certo (opera amata da Calvino e oggetto di un personale percorso di lettura edito nel 1970): nutrita è anche la schiera delle citazioni, raffinati rimandi a personaggi drammatici ed eroici come il dottor Faust, Amleto e Parsifal.

In una cornice classica (basti pensare al Decameron di Boccaccio) si innesta quindi un’arguta riflessione sulla natura dei sistemi segnici: ogni tarocco assume, in base alle esigenze del narratore, valenze diverse nelle varie novelle, rivelando l’intrinseca polisemia del linguaggio. Le innumerevoli possibili combinazioni delle figure, inoltre, promuovono l’idea di una finzione che si autoalimenta potenzialmente all’infinito, modificando semplicemente il ruolo e la posizione delle sue componenti. Con Il castello dei destini incrociati l’autore si colloca nell’alveo della metaletteratura, sviscerando e mettendo in bella mostra per il lettore gli ingranaggi più segreti dell’articolato meccanismo “libro“.


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