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mamma roma pasolini

‘Mamma Roma’ di Pasolini: l’illusione di un futuro migliore

a cura di Gabriele Abbondi - 15/01/2021

Con Mamma Roma la poetica cinematografica di Pasolini si confronta con le chimeriche aspettative generate dal miracolo economico degli anni Sessanta.

Dopo aver suscitato scandalo nei benpensanti con Accattone, nel 1962 esce nelle sale Mamma Roma, seconda fatica cinematografica di Pier Paolo Pasolini. Rispetto al film precedente, l’opera costituisce un deciso passo in avanti in termini di costruzione ideologica: il Vittorio Cataldi di Franco Citti era un personaggio al di fuori della coscienza borghese, relegato nell’universo sotterraneo di un sottoproletariato che non lascia intravedere vie d’uscita; l’ex prostituta interpretata da Anna Magnani, invece, si confronta con le illusioni di benessere generate dal miracolo economico e con una problematica morale che, per quanto ancora confusa ed in fieri, condiziona fortemente le sue decisioni.

Quando il suo protettore Carmine si sposa e si trasferisce in campagna, Mamma Roma è finalmente libera: dopo anni di prostituzione e umiliazioni, la donna sogna ora un avvenire rispettabile per lei e soprattutto per il figlio diciassettenne Ettore. Il ragazzo, cresciuto a Guidonia, si trasferisce con la madre in città e qui intraprende un personale percorso di formazione, articolato attraverso le tappe dell’amicizia, del sesso, del lavoro e del furto; sua madre, nel frattempo, gestisce un banco ortofrutticolo al mercato ma, con il ritorno del suo sfruttatore, è costretta nuovamente a trascorrere le nottate sui marciapiedi. Il giovane, venuto a saperlo, ne soffre terribilmente e, dopo aver rinunciato al suo impiego come cameriere, ricomincia a rubare con gli amici del quartiere. Durante un tentativo di taccheggio all’ospedale viene colto in flagrante e arrestato: febbricitante e in preda al delirio, viene presto trasferito nell’infermeria del carcere e immobilizzato su un letto di contenzione. Qui, isolato e sempre più debilitato, muore al termine di uno straziante calvario; raggiunta dalla notizia, Mamma Roma tenta di suicidarsi gettandosi dalla finestra ma, bloccata appena in tempo, si abbandona affranta al dolore e alla disperazione per la perdita dell’unico figlio.

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Anche in Mamma Roma, come nel resto della filmografia pasoliniana, sono
rintracciabili diversi richiami alle arti figurative, dettagli costituenti di una sacralità che, sulla scorta di Accattone, non risiede nei contenuti ma nella sfera tecnico-formale: la pellicola si apre con il banchetto nuziale di Carmine che, nella statica inquadratura frontale e nella geometrica disposizione dei commensali, ricorda il Cenacolo di Leonardo da Vinci, generando una dissonante commistione tra l’episodio evangelico del dipinto rinascimentale e l’umile concretezza del reale (il rustico matrimonio di un «magnaccia», con tanto di maiali); mentre lavora al ristorante, Ettore porta a un tavolo una fruttiera, in un vivido ritratto ispirato al Fanciullo con canestro di frutta del Caravaggio; gli ultimi istanti di vita del ragazzo, bloccato sul tavolo di contenzione, ricalcherebbero per molti critici la prospettiva del Cristo morto di Mantegna, nonostante sia stato lo stesso regista a negare categoricamente ogni riferimento.

Volutamente esplicito è inoltre il confronto con la tradizione del Neorealismo, corrente cui Pasolini aveva in precedenza rimproverato una rappresentazione edulcorata e non totalmente fedele delle borgate e delle condizioni di vita dei loro abitanti: tuttavia, le affinità riscontrabili si limitano alle tematiche affrontate, sulle quali l’eclettico letterato
innesta un’originale sovrastruttura mitico-epica e una marcata cifra stilistica, ponendo l’accento sull’autonomia della propria concezione cinematografica. Emblematico, a tal proposito, è l’ingaggio di Anna Magnani, già protagonista dell’archetipico Roma città aperta (1945) di Rossellini e di Bellissima (1951) di Visconti: l’ex prostituta interpretata dall’attrice romana, prima grande «Mater Dolorosa» portata sullo
schermo dal poeta, si pone in un rapporto di continuità con Pina e Maddalena, raccogliendo l’eredità di una stagione aurea ma ormai definitivamente conclusa.

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Il personaggio di Mamma Roma, nonostante la parziale insoddisfazione del cineasta per il risultato ottenuto, è caratterizzato da una chiara vocazione pedagogica nei confronti del figlio Ettore: la donna ha progettato per il ragazzo le varie tappe di un cammino verso la rispettabilità, percorso che il giovane sembra rigettare, nonostante le pressioni genitoriali. Nella sua mentalità essere o voler diventare un «signorino» assume una connotazione totalmente negativa: egli avverte fin dalle prime battute la sua viscerale diversità, prodotto di un retroterra familiare che lo separa nettamente dai suoi coetanei. Questa consapevolezza lo porta ad abbandonare la scuola e quel posto di lavoro come cameriere che Mamma Roma aveva tanto faticosamente ottenuto per lui, per tirare a campare con i proventi di uno sterile circuito di microcriminalità.

Dalla relazione con Bruna, ragazza madre ingenua e di facili costumi, Ettore apprende inoltre la verità sulla madre, costretta a calcare di nuovo i marciapiedi dopo il ritorno di Carmine: questa scoperta acuisce ulteriormente lo scoramento del ragazzo, ormai fuori controllo. L’ultimo furto, l’arresto e la detenzione: con Ettore «muore anche il sogno pedagogico di Mamma Roma», quella volontà mai sopita di coltivare e inculcare nella forma mentis del figlio un ideale piccolo-borghese, fondato sull’etica morale e sul lavoro; ma questo desiderio viene prontamente rigettato, quasi per costituzione, come se l’universo sottoproletario non avesse biologicamente le carte in regola per aspirare a un miglioramento qualitativo della propria condizione subalterna.


Fonti:
A. Repetto, Invito al cinema di Pasolini, Milano, Mursia, 1998, pp. 59-61.
E. Golino, Pasolini. Il sogno di una cosa, Milano, Tascabili Bompiani, 2005, pp. 90-93.

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