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il settimo sigillo bergman

Vita, Morte e scacchi: ‘Il settimo sigillo’ di Ingmar Bergman

a cura di Gabriele Abbondi - 21/11/2020

Il settimo sigillo, capolavoro di Ingmar Bergman del 1957, è una toccante allegoria sul senso della vita.

Tratto da un canovaccio teatrale (Pittura su legno) approntato dallo stesso regista per gli allievi dell’Accademia Drammatica di Malmö, Il settimo sigillo (1957) di Ingmar Bergman è uno dei film più iconici nella storia del cinema, destinato a lasciare un’impronta indelebile nell’immaginario collettivo.

La pellicola, vincitrice del Premio Speciale della Giuria (ex aequo con I dannati di Varsavia di Wajda) al Festival di Cannes, mette in scena i travagli esistenziali di Antonius Block (interpretato da Max von Sydow), cavaliere di ritorno dalle Crociate in un Nord Europa devastato dalla peste: risvegliatosi su una spiaggia rocciosa del Mar Baltico, qui incontra la Morte e, sperando di rimandare ulteriormente la propria ora, la sfida ad una partita a scacchi. La disputa si protrae per tutto il lungometraggio, consentendo all’eroe e al suo fido scudiero Jöns di proseguire il loro cammino verso casa: lungo il percorso si imbattono in una vasta gamma di tipi umani, dai fedeli disperati dediti all’autoflagellazione a una spensierata compagnia di saltimbanchi; sarà Antonius, sacrificandosi, a salvare una famiglia di questi menestrelli (Jof, Mia e il piccolo Mikael) dal destino fatale, distraendo la Nera Mietitrice dal suo obiettivo designato ma finendo per farsi dare scacco matto. Giunti finalmente al suo castello, il nobile signore feudale, sua moglie Karin, il fabbro Plog e la consorte Lisa, lo scudiero e la ragazza da questi salvata consumano il loro ultimo pasto: a interrompere il convivio è una visita aspettata, qualcuno che bussa al portone. La giovane, uscendo dall’apparente mutismo, sentenzia lapidaria: «L’ora è venuta!». I fotogrammi finali mostrano, come in una surreale visione, la danza macabra della Morte con il suo seguito, sotto lo sguardo trasognato di Jof, Mia e Mikael, diretti verso altri lidi.

Il settimo sigillo Ingmar Bergman

Il film si apre con una citazione tratta dall’Apocalisse di San Giovanni, nella quale è contenuta la spiegazione del titolo:

Quando l’Agnello aperse il settimo sigillo, nel cielo si fece un silenzio di circa mezz’ora e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe.
(Apocalisse, 8, I)

La fine del mondo costituisce una presenza incombente e angosciante, ancor più amplificata, se possibile, dall’ambientazione medievale: mai come in questo periodo storico, infatti, la religione ha rappresentato una componente cardinale della vita delle persone, tra rigoroso rispetto dell’ortodossia, pratiche cruente di espiazione dei peccati e processi per presunta stregoneria.

Il settimo sigillo Ingmar Bergman

Antonius è un uomo di fede ma, pochi istanti prima della dipartita, viene assalito dai dubbi e dalle incertezze: il suo vacillare si tramuta in una serie di interrogativi che la Morte non intende chiarire, alimentando così la sua insoddisfazione. Lo scudiero Jöns, viceversa, si identifica con la ragione empirica e tomistica, con un indifferente nichilismo che, nella sua fatalità, nasconde tuttavia il terrore per quello che sarà. Sarà l’incontro con il saltimbanco Jof a dissipare i quesiti esistenziali del cavaliere: padre, madre e figlioletto, allegoria della Sacra Famiglia, vivono nella semplicità, quasi senza accorgersi della tragedia che si sta consumando intorno a loro, nutrendosi di carità e di amore reciproco. Profondamente mutato da questa esperienza, il protagonista acquisisce un’inedita consapevolezza e accetta con maggior serenità il proprio destino, pregando nel finale affinché Dio abbia misericordia di lui.

Il settimo sigillo affronta la tormentata ricerca di «qualcosa in cui credere», indagando gli aspetti problematici di questa missione di vita senza la pretesa di offrire una risoluzione o una consolazione: ciò che Bergman ha voluto imprimere sulla celluloide è un invito a prendere coscienza dell’impossibilità di formulare previsioni, perché non è questo il momento in cui razionalità e fede potranno trovare un punto di contatto.


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